Serendipità. L’inatteso nella scienza

Serendipità. L’inatteso nella scienza

Serendipità.
L’inatteso nella scienza
di Telmo Pievani
Raffaello Cortina Editore, 2021

 

Il tema del libro e il significato del termine serendipità possono per molti risultare sconosciuti e lasciare perplessi ma, sin dall'inizio, si viene accompagnati dall'autore in un percorso che suscita interesse e si svolge in modo scorrevole, partendo da una novella indiana del 1300 nella quale si narrano le vicende di tre giovani principi persiani del regno di Serendib e viene messo in  evidenza, con aspetti metaforici, il valore della curiosità verso le realtà sconosciute e della capacità di un'osservazione originale, estesa a tutti gli aspetti apparentemente marginali, incomprensibili e imprevisti.

A metà del '700 Voltaire, prendendo lo spunto dal racconto persiano, scrive una lunga novella ambientata nel IX secolo che intitola con il nome del protagonista, Zadig, di cui descrive le vicende avventurose, anche al servizio del re di Sarandib, e le particolari capacità personali. Queste, in un' ottica illuminista, riguardano la prontezza di spirito, la curiosità estesa ai dettagli e agli aspetti enigmatici per cogliere dimensioni  nascoste della realtà sulle quali costruire ipotesi esplicative originali. Pochi anni dopo Horace Walpole, un inglese bizzarro, eclettico, letterato e collezionista di opere d'arte sostiene   la prevalenza della casualità e dell'accidentalità delle scoperte rispetto alla competenza e all'impegno del ricercatore e definisce questo fenomeno serendipity, nome che è giunto fino a noi. Il riferimento fu per molti anni ristretto ad ambiti come l'archeologia, il collezionismo e l'antiquariato.

Nella seconda metà dell'800 alcuni uomini di cultura, tra cui Pasteur, iniziarono a porsi il problema di quale fosse il ruolo del caso e, rispettivamente, della competenza nella ricerca, valorizzando aspetti come il sapere indiziario, o capacità ricostruttiva, che si applica sia allo studio di realtà complesse sia alla comprensione di vicende passate, come nell'archeologia o la paleontologia. Solo dall' inizio del '900 il fenomeno serendipità ebbe crescente importanza anche a livello teorico, in base al convincimento  che la scoperta accidentale sia una componente essenziale del processo di ricerca, da inserire in un percorso di razionalità scientifica. Si rimane sorpresi nell'apprendere quanti approfondimenti, anche semiologici ed etico-religiosi, siano stati fatti sui diversi aspetti e contesti della serendipità, che dagli anni'50 compare ufficialmente negli articoli scientifici.

In seguito l'autore, evitando con abilità il rischio dell'aneddoto, illustra in maniera scientificamente adeguata, ma anche accessibile e invitante, numerose scoperte in diversi campi scientifici legate alla serendipità. Basti citare Priestley, che a fine '700 scoprì l'ossigeno, Jenner, Fleming, i raggi Roentgen, e la fisica dell'universo passando per il velcro, il gas anestetico, la plastica, il Pap-test e il laser.

Attraverso un approfondito esame dei vari livelli di serendipità e dei meccanismi e contesti che la generano, basato su esempi magistralmente scomposti, si entra in una dimensione di metodologia della ricerca come, ad esempio, nel caso del rapporto tra mondo digitale e “la scienza dell'inatteso” a proposito delle diagnosi mediche eccessivamente delegate alla tecnologia.

Nell'ultima parte del libro l'autore affronta il tema della serendipità al livello teorico più alto, con un approccio da filosofo della scienza, e tratta aspetti come il rapporto tra evoluzione e serendipità, e tra quest'ultima e le scienze fisico-matematiche. Nonostante la difficoltà dei temi egli ha il merito di mantenere l'equilibrio tra inappuntabilità scientifica e godibilità della narrazione anche per i non addetti ai lavori.

 

Scheda di lettura a cura di  Guido Taidelli (psichiatra)

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